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NEPAL 2008Trekking e spedizione alpinistica al Mera Peak 6461m9-26 ottobre 2008
APPUNTI DI VIAGGIO
Il trekking del Mera Peak è una spedizione alpinistica che richiama tempi passati. Per quanto le parole siano limitate nell’esprimere l’esperienza si può affermare che si torna indietro La memoria va alle letture fatte sulle spedizioni epiche, partendo da Alessandro Magno agli esploratori dei inizi novecento, per finire ad Hilllary. La fantasia viene aiutata da paesaggi selvaggi, semi incontaminati e da silenzi non ascoltati. Non si utilizzano gli jak ma tutto è portato sulle spalle dei portatori. Piccoli omini, per lo più in giovane età, che si caricano di pesi che variano dai 30 a 50 kili. Per i trekkers ci sono in media 3 o 4 portatori. Sulle loro spalle ci sono i bagagli personali di ciascun trekker, le tende, le stoviglie il cibo a quant’altro possa servire. Comunque non è bello vedere la fatica di questa gente, dalla quale si capisce la difficoltà di racimolare il denaro per vivere. Si preferisce far lavorare i portatori piuttosto che usare gli animali. La scalata della montagna porta ricchezza ad un’economia di sussistenza. Poche rupie a volte sono utilizzate per realizzare piccoli sogni come un paio di jeans altre volte per acquistare cibo a altro per la famiglia. In questa epoca post moderna, per noi occidentali, benestanti, è realmente desolante vedere uomini a 4000 metri camminare con le ciabatte. La salita al Mera Peak è un’esperienza che lascia segni nell’anima indelebili. La fatica del cammino e il freddo pungente sono largamente compensate da altre sensazioni. Il tempo non potrà cancellare le emozioni provate nell’ammirare la bellezza di queste montagne, guardare il cielo notturno pieno di stelle, nell’ascoltare i canti di questa gente. La montagna vuole tutto ma da tutta se stessa: ti consuma man mano che sali ma ti ripaga di gioia. La cima Mera Peak non ti viene regalata ma te la devi conquistare giorno per giorno. Occorre calpestare i non facili sentieri, ripararsi dalle piogge pomeridiane, scaldarsi nel freddo notturno. Occorre salire nonostante la fatica, alzarsi senza aver dormito e per finire seguire nel buio della notte, la traccia nell’abbondante neve che porta alla vetta.
11 ottobre – 1° giorno di trekking Volo aereo Kathmandu Lukla e salita a Chutanga
L'arrivo a Lukla (2800m) e i preparativi della spedizioni sono come sempre caotici. Non si capisce come funzionano le cose, non si comprendono le parole e si vedono molte persone che si muovono in apparenza in maniera confusa. Si lascia fare guardando a volte con incredulità lo svolgersi delle cose; un'organizzazione lontana dal mondo occidentale ma che funziona e alla fine si rivela efficientissima. L'arrivo a Lukla, o meglio l’atterraggio, rappresenta per ogni trekker la base di ogni viaggio: una tappa, per partire, necessaria e una tappa, per tornare, indispensabile.
Lukla : un nome ripetuto tante volte ....prima di incominciare a camminare .....e tantissime volte alla fine del cammino quando si sogna di bere un bicchiere di vino piuttosto che il solito thè-calo cha. Lukla: una località himalayana entrata nella memoria di ogni trekker! Ritornare in questi luoghi e' come riabbracciare vecchi amici: i sorrisi dei portatori e la gentilezza degli sherpa lasciano una traccia indelebile nel cuore di ognuno. Ricalpestare questa terra e' come ritornare al centro di se stessi: si è soli a camminare, si è soli a salire su per i pendii, si e' soli scendere sui ripidi tracciati , si è soli a far fatica. La compagnia degli amici non allontana dalla concentrazione. In queste terre così povere di comodità per il corpo fisico i pensieri sono liberi di vagare ovunque desiderano non esiste limite di tempo e di spazio, possono....e....non di rado ... osano! Man mano che si cammina si cerca un nuovo equilibrio, si sperimentano altre modalità di rapportarsi con se stessi e con gli altri. Man mano che si cammina si perde se stesso e si diventa parte della montagna. Si scopre che tutto e' unito. Da qui con una salita di un paio d’ore si raggiunge Chutanga solitaria località dove si piazza un primo campo fra le foreste di rododendri arborei nebbie e una pioggerella fine.
12/13 ottobre – 2° e 3° giorno di trekking Salita e attraversamento del Passo Zwarta La (4600m) e discesa a Kote (3500m) nella Ingku Valley nel Parco Nazionale del Baruntse-Makalu. Una lunga e faticosa salita di parecchie ore ci porta ai due alti passi di Zwarta La, adornati dalle bandiere delle preghiere che simbolicamente vengono portate dal vento attraverso i monti e le vallate himalyane. La nebbia ci avvolge per tutta la giornata, fino al campo di Chatrafu a 4300m, creando un mondo magico e misterioso. Il giorno seguente la magia continua, negli incantevoli boschi di rododendri e nella secolare foresta di “Himalayan Blue Pine” che portano nel fondovalle fino a Kote. Nella notte finalmente un cielo stellato si apre sopra di noi e lascia finalmente vedere l’impomente sagoma del Mera Peak, illuminato da una luna quasi piena. 14 ottobre 2008 – 4° giorno di trekking Partenza da Kote per raggiungere Thagnak
Finalmente un sospiro di sollievo per una giornata di cammino senza pioggia. Dal primo pomeriggio le nuvole ci hanno inseguito ma ci hanno raggiunto quando ormai eravamo al campo. Abbiamo sentito la pioggia cadere sulla tenda mensa mentre eravamo comodamente a sorseggiare un te caldo accompagnato da dolcetti. Giornata piacevole trascorsa risalendo il fiume. Con passo lento abbiamo ammirato fra i cespugli di ginepro le stelle alpine,le genziane, i mirtilli e altri fiorellini dai colori vivaci. Il campo di Thagnak si trova a 4300 metri, posto alla base della nostra montagna. Ultime morene fanno da cornice ad un grande spiazzo ghiaioso sul quale si sono ricavate delle terrazze per montare le tende. Rallegrano l’ambiente le piccole costruzioni in muratura che raggruppano molteplici funzioni: da buie cucine diventano all’occorrenza sale da pranzo, ripostigli, dormitori. L’umore di tutti è migliorato anche perché il sole di oggi ha asciugato i bagagli e i vestiti umidi. Il sentiero facile ha rilassato le nostre gambe affaticate dai due duri giorni precedenti. Anche oggi il cibo preparato è stato buonissimo: funghetti, fette di formaggio di jak, patate rosolate e saporite frittelle. Il cuoco e i suoi assistenti fanno davvero dei miracoli con le poche cose a loro disposizione.
15 ottobre 2008 Giornata di riposo e acclimatmento a Thagnak
Le ore trascorrono tranquillamente in tenda. Alcuni di noi preferiscono fare un’escursione al Lago Sabal, incastonato fra i ghiacci e le pareti dell’imponente Kyashar, montagna di 6800m, posto al di là delle morene. A sorpresa una cena a base di pizza e crostata viene rallegrata da canti tradizionali e danze. Al nostro gruppo si aggiungono due ragazze locali e due inglesi, scampati al grave incidente aereo di Lukla successo la mattina precedente il nostro arrivo a Kathmandu e che ha visto perire diciotto persone. Tra battiti di mano e canti si sorseggia l’ultimo sorso di te. Un cielo stellato e limpido ci augura una buona notte.
16 ottobre 2008 Salita da Thagnak per raggiungere Khare 5035 mt
La giornata si svolge piacevolmente. Con passo lento raggiungiamo per l’ora di pranzo la base del ghiacciaio. La neve fresca delle cime viene esaltata dalla luce del sole. Un dolce sentiero e un cielo azzurro ci accompagnano al campo. Khare è una località affollata presidiata da molte spedizioni che vanno verso la vetta o che tornano da essa. In questa terra ai confini dei ghiacciai perenni troviamo una vivace accoglienza: donne con i loro bimbi sempre incuriositi dai turisti; portatori che si dilettano a giocare a carte; guide che controllano il materiale per la salita e sherpa affaccendati nelle loro cose. Alcuni trekkers si riposano all’ombra della propria tenda, altri chiaccherano riparandosi dal sole cocente con occhiali e cappellini. In questo luogo fuori dal mondo, segnato sulle cartine con un puntino, siamo più di 200 anime. Coreani, americani, inglesi italiani e altri ancora uniti dalla passione per la montagna. Il fascino di questi ambienti estremi accomuna tutti in un sottile entusiasmo. A quota 5000 dove l’ossigeno è pari al 53% di quello a livello del mare, il desiderio di salita aumenta; la voglia di continuare il nostro viaggio fa perdere di vista i piccoli disagi inevitabili. Le comodità di casa sono ormai lontane ma l’atmosfera di questo luogo trascina tutto in un’onda che porta in alto. Accovacciata in tenda, coccolata dal calor del sole, guardo fuori. A ridosso delle cime manti nuvolosi si condensano in molte forme. Giocando con l’aria danzano nel cielo attorno alle montagne. Si formano, si dissolvono, e si rincorrono in continuazione. Osservando il movimento delle nuvole, mi sembra che ogni giravolta abbia un significato. Una voce silenziosa mi ricorda che sono qua … quasi a toccare il cielo.
17 ottobre 2008 Salita da Khare per raggiungere il campo base al Mera La a 5400m
Venerdi 17 …sì ma la giornata si svolge in un clima sereno! Ci incamminiamo verso le 9 del mattino e dopo aver percorso un sentiero su roccette incontriamo, dopo circa due ore, la prima neve. Prima di allacciare i ramponi facciamo una sosta culinaria. Anche questa volta siamo fortunati rispetto ai molti portatori che calzano solamente scarpe da ginnastica; la temperatura mite attutisce i loro scivoloni sulla neve. Giungiamo al plateau glaciale e con una lunga traversata in piano raggiungiamo il campo. Di fronte a noi la nostra montagna. Imponente ed illuminata dal sole,mostra tutto il suo fascino. La traccia di salita è evidente e le condizioni della neve sono ottime. Scattiamo in continuazione foto ma ci accorgiamo che non possiamo racchiudere la bellezza del Mera in una macchina fotografica. Il cielo azzurro e le rocce di color nero che coronano la montagna risaltano ancor di più la nostra impresa. Rilassati in tenda facciamo gli ultimi preparativi e ci riposiamo al tepore del sacco a pelo.
Sabato 18 ottobre 2008 Cima e ritorno a Khare
Sono le 14 e sono sdraiata sul mio materassino. Non ho più voglia di niente se non di rilassarmi dopo questa mattinata davvero pesante. Iniziata con il te di mezzanotte e proseguita con i primi passi sulla neve verso le due. Il vero disagio della salita è stato il tempo infatti all’inizio della salita nevicava, poi tormenta , poi vento con una visibilità scarsa. Quei granellini di ghiaccio sulle guance erano simili a delle coltellate. Sulla cartina 1100 metri di dislivello ma a percorrerli sono sembrati interminabili. Per finire la cima si presenta con la forma di un panettone. Giorgio e Dawa hanno predisposto una corda fissa per gli ultimi 60/70 metri. La pendenza e la quota hanno reso l’impresa non facile. Superato l’ultimo gradino abbiamo tirato un sospiro di sollievo. Nonostante i denti battessero per il freddo ci siamo concessi un abbraccio con foto di rito. Abbiamo donato alla montagna file di bandierine di preghiere colorate. Sulla vetta il panorama a 360° è stato da mozzafiato: numerosi ottomila hanno mostrano la loro imponenza. Abbiamo ammirato vette illustri nel cielo grigio della giornata. Abbiamo cercato di memorizzare tutto il possibile per poi rivederlo mentalmente più tardi.
RITORNO DALLA CIMA
La discesa appare più lunga della salita sia quando si ripercorre la via sulla neve, che quando si cammina sulle roccette. Nella via di ritorno i pensieri sono differenti che nella salita. Con la mente si ripensa alle cose fatte, al modo in cui si sono affrontati i problemi, ai risultati ottenuti. Nella via di discesa si deve accettare ciò che si è fatto. Le aspettative non sempre si traducono in realtà. Non sempre il corpo fisico reagisce come si vorrebbe. Tante variabili condizionano la riuscita di una salita .. così impegnativa come il Mera Peak. Nella via di discesa si desidera avere nuove chances …ma ormai con un fisico così provato.. le opportunità di riprovare bisogna trovarle in un altro viaggio. Le montagne non scappano: se questa volta la cima non è arrivata sarà per la prossima. Questo viaggio ha dato quello che si era pronti a ricevere. Nella via di discesa rimangono solo le parole dei ritornelli nepalesi ossia canzoncine allegre che regalano serenità. Nella via di discesa rimangono solo i passi per tornare a casa. Si contano i giorni di cammino per arrivare alla civiltà. Si pensa alle telefonate da fare e alle cose da regalare. Nella via di discesa il bagaglio personale diventa un peso. Si vorrebbe regalare tutto il contenuto dello zaino per non portarlo sulle spalle, per non riaprirlo, per non svuotarlo. Ogni viaggio ha la sua storia:una trama a volte incomprensibile, a volte deludente e altre esaltante. La natura, i compagni, il tempo sono pezzi di un puzzle ogni volta diverso. Il disegno che man mano si delinea assume una connotazione esclusiva. Un ‘avventura unica come è unica la salita al Mera Peak.
Camminando lungo il greto del fiume i miei pensieri sembrano gocce d’acqua trasportate dalla corrente. Passo dopo passo vado avanti tra un sasso e l’altro scendendo a valle. Non conosco dove nasce questo fiume e non so dove sfocia. In questi spazi senza misura posso solo osservare ciò che mi sta accanto. Mi sento un piccolo pezzo in un grande ingranaggio di cui non conosco nulla così come la mia anima non comprende le dimensioni dell’universo. In questo luogo mi domando il perché di tutto. Mi sento un bambino che desidera sapere senza aspettare la conoscenza dell’esperienza. Passo dopo passo giungo alla meta prefissata ossia un piccolo villaggio che mi ospita per un ristoro. La vita in esso si presenta semplice. Mi accorgo che ogni persona che incontro ha la sua occupazione mentre i bimbi mi guardano incuriositi. Lontana è la frenesia della vita nelle nostre città occidentali. Mi viene in mente il cellulare, la posta elettronica, il traffico di ogni mattina e altro ancora. Qui passeggio in un’altra dimensione di vita, ormai dimenticata dal nostro modo di vivere.
Non riuscirò mai ad accettare e giustificare che altre persone portino il mio bagaglio e le mie comodità in una condizione così misera come quella dei portatori. Ho guardato le loro facce, ho incrociato i loro sguardi e ho visto i loro sorrisi e infine, ho compreso la loro sofferenza. Una vita di fatica che non porta a nulla. Una vita di fatica per continuare a vivere. Alcuni di essi sono ragazzini, altri adulti senza età, e ancora donne con la gonna. Il più delle volte indossano scarpe da ginnastica e i pochi indumenti, sempre uguali dal caldo umido della valle alle alte quote coperte di neve. Si asciugano il sudore con il vento e si riscaldano ai fuochi di buie cucine. La fatica del giorno è sopita dal sonno su tavolacci di legno. Li ho osservati ma non ho trovato nulla che giustificasse la mia posizione privilegiata nei loro confronti. Sono esseri umani, senza nulla. Posseggono solo una fronte sulla quale appoggiare il peso della vita. Mi domando quale sia il girone d’inferno dantesco che sono costretti a scontare. Una morsa dalla quale non riescono ad uscirne. Le mie domande non hanno risposta. La mia mente vaga senza speranza. Il mio cuore piange. Calde lacrime per il genere umano che non ha saputo dare dignità ad ogni uomo.
Orietta - 30 ottobre 2008
Un grazie a tutti i partecipanti dallo staff di Montagna e Natura srl
Foto
Partenza
Portatori
Camminando
Paesaggi
In vetta
Personaggi
Genti e colori
Momenti di festa
The end
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