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TREKKING lungo la costa della LICIA - TURCHIA 2010
1/8 maggio
Ecco le foto del trekking appena concluso!
Spettacolare e divertente, in ambienti differenti da tappa a tappa; dal mare
alla montagna fra foreste di pini che alle quote più alte lasciano il posto
ai cedri, fra la macchia mediterranea ricchissima di varietà e le calette
raggiungili solo a piedi o in barca, fra i campi coltivati e gli antichi
resti delle città della Licia risalenti al 500 avanti Cristo, al periodo
greco, romano e bizantino (Kaunos, Pinara, Letoon, Telmessos, Olympus). Poi
la città fantasma di Kayakoy, le famose località turistiche di Dalyan,
Fethiye, Oludeniz, Kas ed Antalia, le fiamme perenni della "Chimera", i
bagni termali di Dalyan. Insomma una bella varietà fra escursionismo,
turismo, cultura e natura!
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Il racconto di Giovanni
Eccoci per il secondo anno in terra turca per
un trekking all’apparenza facile ma di sicuro fascino. Il territorio della
Licia che credevo non molto esteso, in effetti, è vasto quanto il Triveneto
e la Lombardia, con montagne che si elevano repentine dalla costa fino ai
tremila metri. Una costa frastagliata impreziosita da una folta vegetazione
arbustiva mediterranea (regno delle capre) e da belle foreste di Pino,
Cedri, Cipressi, Querce, Carrubi, costellata da numerose piccole baie e da
isolette ricche di storia. I lici antichi provenivano per la maggior parte
dall’isola di Creta. Furono conquistati dal re persiano Ciro il Grande, da
Alessandro Magno e governati in forma federale con l’imposizione della
lingua greca. Poi subentrarono i Romani che dichiararono libera la regione
della Licia. Le ventitré città che successivamente formarono la
confederazione (Santos, Catara, Picara, Olympus, Mera e Los le più
importanti) si inimicarono Roma che attaccò la metropoli Xantos radendola al
suolo. A seguito della resa delle altre città, l’imperatore Bruto mostrò
magnanimità pretendendo tributi molto leggeri.
I resti degli insediamenti lici e greco-romani sono rinvenibili in molti
siti lungo la costa, nell’immediato entroterra là dove le foci dei fiumi
formano dei porti naturali e delle pianure molto fertili, ed oggi sfruttate
intensamente con colture di agrumeti, oliveti, serre di pomodori ed altri
prodotti. L’entroterrà è formato da vasti altipiani, che d’estate devono
essere molto brulli, preludio alla vastissima regione dell’Anatolia.
Alla partenza ci ritroviamo solo in cinque fototipi rappresentanti la
Lombardia, il Trentino e il Veneto, con Marinella portacolori della Svizzera
e con Giorgio piemontese della Valdossola, la nostra stella polare. Un vero
peccato che all’avventura non abbiano partecipato altre persone. Per me e
mia moglie, come l’anno scorso in Cappadocia e sui monti del Tauro, è stata
un’avventura fantastica.
All’aeroporto di Dalaman siamo ricevuti dalla giovane guida Omer e da
Kâmil, l’autista anatolico del pullmino che per tutta la nostra permanenza
in terra di Licia ci ha scorazzati da una meta all’altra sopportandoci con
pazienza ma anche accigliandosi talvolta per le nostre intemperanze di
passeggeri.
Ed eccoci a Dalyan, piccolo borgo turistico proteso lungo il canale che
collega il mare e la laguna, con il grande lago Koycegiz. Per due giorni
pernottiamo e ceniamo nella graziosa pensione Kahraman in vista delle
stupende tombe lice (4° secolo a.c.) scavate nella rupe alcune centinaia di
metri di fronte a noi.
Il primo giorno di vero trekking ci porta dopo più di un’ora di viaggio ad
aggirare il lago Koycegiz, a salire sui monti circostanti per scendere nella
baia dello sperduto borgo Ekincik. Entriamo nella fitta pineta salendo fino
ad un alto colle soffermandoci di tanto in tanto ad osservare e fotografare
la bellissima costiera. Scendiamo infine a visitare la città Licia di Caunos
in cui sono visibili le terme romane, il teatro greco ancora ben conservato,
il tempio di Apollo, l’agorà, la basilica bizantina. Tutt’intorno i resti
delle grandiose mura della fortezza. La città fu fondata da Cauno fratello
gemello di Bibli figlia di Mileto e pronipote di Minosse. La tradizione
vuole che Cauno, amato appassionatamente dalla sorella, per la vergogna
fuggì dalla sua patria e andò appunto a fondare Cauno in Caria. Bibli,
addolorata, errò per tutta l’Asia Minore cercando la morte precipitandosi
dall’alto di una roccia, ma fu salvata dale Ninfe che la trasformarono in
sorgente inesaurib!
ile, come le sue lacrime.
Scesi sulle rive del canale di Dalyan, prendiamo una caratteristica
imbarcazione a motore che ci permette di ammirare le tombe lice e di
raggiungere i bagni termali (invero una vasca di melma calda solfurea con
attigua piscina). Tutti abbiamo provato il brivido dell’immersione e del
lavaggio a freddo dei fanghi: salutari e tonificanti.
Cena in riva al canale con antipasti di verdure e salsine e pane del fornaio
(una costante di tutti i giorni), e piatto forte di pesce con altre
verdure.
L’indomani trasferimento a Fethiye, l’antica Telmessos, alloggio in hotel
fronte mare (due giorni). Risaliamo la montagna per una strada tutta
tornanti e alla sommità scendiamo e percorriamo in discesa una mulattiera,
antica strada romana. Raggiungiamo la piana di Kayakoy, di fronte a noi la
città fantasma di Kaya. Lungo il percorso visitiamo le prime tombe lice a
“casetta” con la copertura a forma di chiglia di nave rovesciata, nonché
altre tombe scavate nella roccia, ora frequentate da capre. Arriviamo a Kaya
accolti da un simpatico “oste” che per poche lire ci offre un bicchiere di
tè e il caratteristico pane farcito di formaggio e prezzemolo cotto sulla
piastra di un caminetto con maestria da sua moglie. Poi riprendiamo il
cammino dentro le erte stradine della città fantasma abitata e abbandonata
da popolazione greca trasmigrata in patria dopo la fondazione della
repubblica turca del 1923, con visita libera per un’ora dopo le note
storiche e raccomandazioni di Omar. Gianmarco durante la sua perlustrazione
acquista una collanina artigianale fatta di nocciolo di oliva da una delle
tante anziane signore che incontreremo anche nei giorni seguenti. Il sole
picchia sodo ma noi proseguiamo stoici verso la baia di Oludeniz racchiusa
tra alte pareti rocciose e impreziosita da una piccola fantastica laguna
punteggiata di bagnanti e ombrelloni. Ci immergiamo nelle splendide e fredde
acque del mare per un bagno ristoratore rullati dai bianchi ciottoli della
spiaggia: chi per una lunga nuotata a corpo libero (Gianmarco) chi con
pinne, tuta da sub e maschera (Luisa) alla scoperta di fondali impossibili;
sulla montagna volteggiano numerosi deltaplanisti.
Da Fethiye il giorno dopo ci trasferiamo al villaggio di Ovacik percorrendo
una strada forestale per un breve tratto, poi a piedi fino all’altipiano
pastorale di Dokuz Dol dove sostiamo per la colazione. Il piano è coltivato
e il pascolo è riservato alle pecore, invero rare su queste montagne regno
delle capre, infatti più a valle incontreremo degli esemplari molto belli
sotto un bel bosco di roverelle. Stupisce vedere su queste montagne di
calcare terrazzamenti e muraglioni di pietre per lo più abbandonati, proprio
come nelle nostre valli alpine.
Scesi a valle veniamo caricati sul pullmino di servizio e ci trasferiamo a
visitare il sito archeologico di Pinara arroccato sotto un’alta montagna
bucherellata come un alveare dalle tombe lice. Sulle balze gli imponenti
resti del teatro greco-romano quasi intatto, l’Odeon, l’Agora: una città di
25 mila abitanti, scomparsa nel primo millennio come altre città
greco-romane per la malaria e l’inabissamento del porto.
Da Fethiye il 5 maggio, ci trasferiamo al villaggio montano di Bel. Qui
risaliamo la montagna per un breve tratto e poi scendiamo lungo una
mulattiera superando una verdeggiante conca simile alle doline carsiche dove
pascolano pecore e alcune mucche. Sostiamo ad una fontana di un minuscolo
villaggio avvicinati dai locali, dove a lavorare nei campetti sembrava
fossero solo le donne (tutte con falcetto e fasci d’erba sulle spalle).
Cammin facendo troviamo finalmente le indicazioni tabellari dell’alta via
della Licia (i sentieri sono segnalati con tratti bianchi e rossi ed i tempi
di cammino sono indicati in chilometri). Dopo alcune ore ci affacciamo
finalmente sull’erto crinale roccioso del mar Egeo (il mediterraneo inizia
qualche chilometro più ad oriente, all’altezza della spiaggia di Patara).
Arriviamo così dopo un lungo traverso ed alcuni chilometri di strada
costiera asfaltata, alla spiaggia sabbiosa di Patara e qui non poteva
mancare il solito bagno e il ristoro in un improbabile bar da capanno.
Visitiamo poi i resti della città antica di Letoon con le sue rovine immerse
nella palude, il grandioso teatro,il tempio di Apollo illustrato
sapientemente da Omer con racconti mitologici. Raggiungiamo in pullman Kas,
bellissimo centro turistico marino frequentato soprattutto da inglesi e
nordici in genere. Gustosa cena in un ristorante del porticciolo (sotto il
quale è ancora attiva una bella cisterna bizantina sullo stile di quella
d’Istanbul) e passeggiata serale per le caratteristiche vie del centro
impreziosite da una monumentale tomba a casetta di supposto re marinaio.
Da Kas il 6 maggio ci portiamo al villaggio di Kazaki e iniziamo il cammino
in mezzo ad arbusti zigzagando tra grosse pietre calcaree fino ad arrivare
in vista del mare (resti anche qui di antichi insediamenti). Sostiamo per
mangiare e bere qualcosa mentre un grosso cane pastore ci fa la corte.
Costeggiamo per un lungo tratto la riva fino ad un'insenatura dove sostiamo
per bere un tè in un capanno, poi arriviamo in una piana coltivata e
veniamo avvicinati da alcune vecchiette che ci invitano a comperare erbe
aromatiche e collane da loro confezionate. Siamo in vista della fortezza di
Simena arroccata in alto sopra una collina. La raggiungiamo: spettacolare la
vista tutt’intorno. Nelle acque del mare spuntano resti di tombe, in
lontananza l’isola di Kekova ed altre ancora. Scendiamo al porticciolo e ci
imbarchiamo e percorriamo per quasi un chilometro la costa dell’isola di
Kekova costellata dei resti degli insediamenti antichi scavati nella roccia.
Sott’acqua sono ben visibili i resti delle mura del porto, numerose anfore e
altre costruzioni. Infine gettiamo l’ancora in un'insenatura e, non potendo
andare a riva, ci dedichiamo al nuoto tuffandoci dall’imbarcazione. Con il
pullmino raggiungiamo il Villaggio di Cirali nella baia di Olympos dove
pernottiamo in bellissimi bungalow.
Simili ai nostri chalet di montagna, circondati da piante di aranci e
limoni. La spiaggia a soli 50 metri è fantastica, formata da sabbia scura
con strisce longitudinali di granulato. All’estremità orientale è chiusa da
torrioni rocciosi simili ai faraglioni di Capri. Sotto gli enormi pini,
chissà come vi sono giunti, alcuni camper di tedeschi e spagnoli.
Da questo luogo il mattino seguente ci muoviamo alla volta della “Chimera”
risalendo una valle dichiarata sito protetto. Dopo un’ora raggiungiamo le
rocce eruttive: si notano almeno una ventina di fuocherelli generati dal gas
metano che al contatto con l’aria si incendia. Il sito conta anche resti di
una chiesa bizantina e preromani. Anche qui la mitologia fa capolino: la
Chimera, un mostro dalla testa di leone, dal corpo di capra e dalla coda di
drago, dimorava eminentemente a Patara. Il re di Licia Iobate ordinò a
Bellerofonte di ucciderla perché essa si dava a scorrerie nel suo
territorio. Con l'aiuto di Pegaso, Bellerofonte vi riuscì. Si racconta che
la punta della lancia fosse un pezzo di piombo. Al calore delle fiamme
lanciate dalla Chimera, il piombo si sciolse e uccise la bestia.
Valicata la montagna scendiamo a valle, costeggiamo e attraversiamo un
torrente che in alcuni tratti forma delle pozze e delle cascate molto belle.
Raggiungiamo un villaggio dove alcuni ristoratori hanno creato un parco
acquatico con allevamento di trote. Beviamo e mangiamo qualcosa e
riprendiamo il pullmino per un lungo trasferimento ad Antalya.
Strada facendo ci fermiamo a Myra per visitare la chiesa di San Nicolò
frequentata da numerosi pellegrini russi. Narra la leggenda che San Nicola,
(San Nikolaus/Santa Claus, ovvero Babbo Natale) una notte, passando sotto le
finestre di tre ragazze, apprese che esse erano troppo povere per avere una
dote e potersi sposare. Allora San Nicola donò loro tre borse piene d’oro.
Da questa leggenda è nata la consuetudine di fare regali nella notte di San
Nicola, ora identificata col 25 dicembre.
Ad Antalya ci dedichiamo per alcune ore alla visita libera della città
vecchia mangiando un kebab con birra, comperando souvenir da portare in
Italia.
Poi quattro ore di viaggio per fare rientro a Fethiye attraversando i vasti
altipiani (credo che si siano superati 1600/1700 metri di quota)
dell’entroterra della Licia, accompagnati in lontananza dalla catena
montuosa innevata dell’Ak Daglari (alta più di tremila metri)
Infine cena d’addio sul bellissimo lungomare di Fethiye, nel ristorante
Yakamoz.
Eravamo pochi ma ben assortiti ed ognuno animato da precisi intenti: una
vacanza serena e gioiosa, ricca di cose stupende da vedere per me e mia
moglie, di curiosità e scambio di idee ed esperienze per altri. Grazie di
cuore alle compagne e compagni Marinella, Luisa, Gianmarco e in
particolare a Giorgio Giudici per il quale serberò sempre una profonda
stima ed amicizia.
A Omer e Kâmil un particolare ringraziamento per la loro discreta, puntuale
e alta professinalità nell’espletamento dei loro incarichi di
guida/interprete e conducente.
Venezia, 21 maggio 2010
Giovanni |