Montagna e Natura in vetta al Monte ARARAT (5165m) - Turchia - agosto 2006

 

Sull’Ararat

 

Storia di un 5000 possibile

 

Testo di Daniele Russo

 

A Rosaria e Franco

 

Tra le dita stringo un frutto verdissimo. Addento la polpa farinosa, l’autobus tossisce, ingoio di colpo. Strana specialità la mela di Muradiye, asprognola e croccante. I compagni d’avventura ne assaggiano un pò, vinti dai languorini di un assolato mattino in cui tutto screpola di caldo secco. Tra un morso e l’altro cerchiamo di capire perché qui ci si vesta con tanto di giacca e maglioni. Cuffie di lana ornano il capo dei molti uomini bruni e fieramente baffuti, lo sguardo asciutto come il fango rappreso sui tetti delle case. Scrutano severi, sbottono un po’ la camicia per scongelare il disagio. Sotto gli occhi di questi turchi dell’est il nostro mezzo prosegue. Il bitume sbiadito della strada per l’Iran volge a levante, scuro e abbrustolito. Chilometri di prateria, tenaci erbette, la percezione dello spazio invaghita da pigre gobbe desertiche, unico scampo visivo alla minerale bellezza dell’Anatolia. Sui campi ambrati le acque di un solo prezioso fiume, il Bendimahi, svelto su fazzoletti di magra vegetazione. Brevi dirupi di rocce vulcaniche sgranate dalla corrente, rammentano un passato geologico irrequieto. Non tardano infatti a mostrarsi le vecchie zampate laviche del Tendürek Dagi, tra le quali diverse contadine curano modesti appezzamenti spesso aiutate dai figlioletti abbronzati. Questi spingono carriole grosse il doppio di loro, giocano sui pagliai, salutano. Comprendiamo forse la tendenza locale, radicata sul duro lavoro femminile. Tranne quattro braccianti affaccendati su aratri ottocenteschi e buoi, la maggioranza dei maschi nei sobborghi resta dolcemente a braccia conserte.

 

Il bus arranca sui zigzag di un passo coronato da brulli rilievi, ed ogni curva rafforza in me il fermento emotivo tra quanto ammirato ad Istanbul e gli scenari seguenti. Uno scorrere d’impressioni, l’ingresso ad un paese, l’esserne affascinato. Tentacoli di pietra rincorrono le pendici del Tendürek, il cui cratere di 3584 m sonnecchia da secoli, e due camionette stracariche fuorilegge barcollano sgangherate quasi ferme sull’asfalto. Al volante, pittoreschi come le camicie che indossano, ragazzoni pronti a spingere se necessario. Poi finalmente la discesa, ed improvviso l’Ararat, immenso da togliere il fiato. Intimiamo al nostro conducente una fermata nei pressi di Otarditek, luogo affacciato sull’altopiano dove giganteggia il massiccio. Di fronte al mio primo “5.000” sbalordisco pizzicando la barba, tradito da un sospiro. Nel pomeriggio approdiamo a Doğubayazit, sperso avamposto di civiltà se tale può dirsi un agglomerato di povere costruzioni drizzate al meglio sulla steppa, qui presidiata da blindati e militari. File di pioppo trapuntano il paesaggio nell’ordinaria tavolozza di colori, grigio a nordest, ocra intorno, unico verde di cui ci priveremo per giorni.

Siamo a dieci Km dalla Persia, ospiti del profondo controverso Kurdistān Turco. Una terra inesistente, mai riconosciuta dagli stati che ne inglobano la popolazione. 30 milioni (di cui 12 in Turchia orientale) sparsi sopra 475.000 Km² fra Iraq, Armenia, Siria e Mesopotamia. Una trama ingarbugliata di scontri su territori vasti ed ambigui, ribollire costante di animi. Chi vuole affrontare l’Ararat non trascuri la politica, fonte di materiale infiammabile nel delicato equilibrio che alterna dispotismo a diplomazia. Doğubayazit trae charme, malgrado ciò, da tale condizione di frontiera e passaggio. Vita grama, scugnizzi, pallido turismo, caserme ovunque. I ristoranti cui noi stranieri accediamo propongono menù di pane a volontà, kebab, carni speziate, pomodori e cetrioli. Questi ortaggi sono serviti fino alla nausea con la bevanda nazionale, il te. L’immaginetta di Mustafa Kemal Atatürk campeggia dappertutto, marziale sui muri scorticati delle taverne. All’uscita, colonia e succo di limone in offerta quale profumato lavamani concludono i pasti. La gente fuori osserva, le donne in giro sono poche, sorrisi ruffiani spuntano sotto i mustacchi giallo tabacco di personaggi sfuggenti e tuttavia cordiali. In serata pernottiamo all’Hotel Golden Hill, definitiva comodità che accentua la partenza, quella vera, per la montagna dell’Arca. Dal suo terrazzo assaporo il tramonto e ascolto il sommesso trambusto dell’abitato. Pennellate di rosa riscaldano i ghiacciai dell’Ağri Daği, ormai bui al canto serale di un muezzin.

 

Mulinelli di sabbia lavica trotterellano ubriachi verso Elykoi, un pugno di baracche polverose a 2200 m, tappa obbligata per l’approccio dell’Ararat, quasi una porta che idealmente accoglie noi forestieri. Il cammino ricalca ex tragitti dell’esercito turco, sul sentiero che anni fa contemplava l’accompagnamento di una scorta armata sino ai settori alti. Oggi è sufficiente il visto del permesso governativo al Jendarma Comando, appena fuori Doğubayazit ed in tutta tranquillità, previo disbrigo dell’iter previsto. Il resto del comprensorio è off limits e barricato a fini strategici.

Sui 3100 m del campo base, ove sbarchiamo dopo alcune ore di marcia, sparuti cavalli tosano i pascoli vicini e coraggiosi cercano libertà su dune di massi squadrati. Un giovanotto segaligno, loro addetto, sale recuperandoli con grida e sculacciate, subito ricambiato dai peti dei puledri più dispettosi. La scena diverte al punto che, distratto, cado e sbatto lo stinco sul macigno davanti una tenda, generando le risate degli spettatori.

Il programma steso dal capo spedizione Giorgio Giudici, autentico lupo d’altura, include una risalita d’acclimatamento sino al campo 2, dunque il ritorno qui al base, ritrovo consueto di alcuni bimbetti locali dediti alla vendita di yogurt (Aran), manufatti e bamboline in stoffa. Un’amena radura cosparsa di sassi lunari, ciascuno adibito a spartana toilette.

Per cena sediamo al tavolo amorevolmente preparato dal cuoco, indaffarato a riempire caraffe di te. Pomodori e cetrioli guarniscono imperterriti lo spezzatino di montone. Dopo mangiato la temperatura scende, intirizzisce gli arti e muove tutti ad imbozzolarsi nei sacchi piuma. Alessio Barcella, mio “coinquilino” nella biposto, esce all’esterno tormentato da nausea e vomito. Dissenteria, mal di testa e vari sintomi colpiscono molti del gruppo; 6 membri scelgono così di rinunciare alla vetta.

Ogni mezz’ora sorseggio un liquido sgradevole, lassativo al punto giusto e non c’è pastiglia che tenga. Un tubo di gomma ne capta decine di litri al giorno proprio dal ghiacciaio superiore. Se va bene ci si lava un po’, dissetandosi a malapena. Il nomignolo di questa contrada “Bulanyk Suyu” (in curdo “acqua torbida”) spiega qualcosa. Prima di litigare con la cerniera della tenda, guardo ancora una volta il cielo genziana e canticchio un pezzo di Battiato, vinto dalle stelle che pure stanotte non toccherò.

 

A 4100 m d’altezza un temporale crepitante sfiora le falde occidentali del vulcano senza una goccia. Gonfi nuvoloni deridono il firmamento, di nuovo sgombro e azzurro al crepuscolo. In silenzio ringrazio Noè.

Posto sul tratto meno scosceso del crestone meridionale su cui svolta l’itinerario consentito, il campo 2 ospita una manciata di tende in frugali piazzole. Un taciturno Piccolo Ararat, piramidale ad est, controlla panorami ondulati e rossicci. Carovane di muli ricolmi, relativi guardiani e trekker si avvicendano col supporto di assistenti curdi. L’incontro di squadre dal vicino Iran e di parecchi nuclei europei crea un sottofondo di euforia e speranza, la metafora di chi torna soddisfatto dalla cima e di quanti devono ancora toccarla.

Cadute le maschere, varcate le apparenze, nel team posso contare sull’esperienza di gente con un solido carnet alle spalle. Perfetti sconosciuti all’inizio, persone affidabili durante. Certo manca il gesto della cordata, però ci sono feeling, rispetto, simpatia: valori che apprezzo.

Di colpo un tuono scoppia nel colatoio attiguo l’accampamento. Enormi blocchi rotolano a valle cozzando a catena e sbriciolando parte del ghiacciaio fossile sotto cui spariscono, digeriti dal vuoto imperscrutabile. Il crollo attira un modesto pubblico sul ciglio detritico senza il quale saremmo bersagliati, segreta manovra di un abile ignoto scultore che sballa il sonno con simili schianti nel dormiveglia notturno. Dopotutto anche l’Ararat invecchia.

La partenza è alle 03:30, fresca di qualche grado sotto zero. Il serpentone di sedici lampade frontali avanza con movimenti a lombrico, spezzando il fiato sull’erto pendio di rottami basaltici e ghiaia dove una traccia prende mollemente quota. La sagoma indistinta del vulcano ci sovrasta, quindi si definisce al chiaro di stelle, accesa  poi da tonalità di viola e blu luminescente. Un cono d’ombra intanto copre decine di chilometri ad ovest oscurando minuti villaggi, maestoso e netto all’orizzonte. Le buone condizioni meteo permettono di godersi l’andatura, calibrata dal nostro leader e dai collaboratori Mustafa Bingöl ed Yildirim Seçmen, attenti affinché nessuno rimanga isolato. Guadagniamo così le morene del ghiacciaio di Okuz Deresi, sul quale calziamo i ramponi. A 10 minuti da un sogno accarezzato per anni, compio gli ultimi passi e sento il mio ritmo interiore. Un ritmo cui mi sono allenato d’inverno tra Catania e Torino, correndo, bazzicando sull’Etna (davvero piccolo a confronto) e sciroppandomi dislivelli d’epoca. La soglia che sconoscevo è qui davanti a me, sul bianco plateau dove ogni metro schiude un’emozione senza voce, trepido conto alla rovescia dello spirito. Arriviamo ai 5.165 m della vetta giusto in tempo. Nebbie furtive nascondono l’Armenia, l’Iran e le propaggini della Georgia, quindi Elbrus e Kazbek, colossi lontani altrimenti riconoscibili.

Un brivido mi attraversa, ed accarezzo la neve.

 

Vicende  alpinistiche

 

L’Ararat ammalia dall’antichità, posto com’è sulle distese ove fluiva la Via della Seta. Sorprende mercanti, condottieri, pellegrini e nel ‘200 anche i Polo verso l’oriente. Trascorrono però cinque secoli perché viaggiatore concretizzi nei dintorni.

1700: il francese Pitton de Tournefort, primo ad addentrarsi nella regione, scardina i pregiudizi ed effettua un sopralluogo botanico senza intenzioni di assalto alla vetta. I pericoli sono parecchi, le distanze considerevoli, l’avvicinamento profetico e insidiato dai briganti, tale da rinviare di oltre 100 anni un appuntamento meritorio. Nel 1819 il diplomatico James Morier, in visita dall’Inghilterra, verga un resoconto esaltando l’appeal dell’Ağri Daği. Tale dossier, benchè platonico, riscuote un eco negli ambienti di raduno intellettuale, già coinvolti dalle mosse di alcuni pionieri sulle Alpi. Scattano allora i progetti di Johann Jacob Parrot (cui è dedicata l’omonima punta sul Monte Rosa). Egli lascia l’Università di Dorpat, dove insegna topografia, ed intraprende due tentativi di scalata. Al terzo mira le balze nordoccidentali da Iğdir, insieme all’astronomo Feodoroff (che non tocca il vertice) e probabilmente a quattro aspiranti tra i quali un soldato russo: sbuca in vetta il 27 settembre 1829. Il blitz di Parrot avvia una serie di campagne internazionali (escluse le tante iniziative archeologiche ispirate dall’Arca), 28 delle quali nell’800. Essendo l’Ağri Daği privo di requisiti strettamente alpinistici (seracchi e contrafforti ovest del Grande Ararat  offrirebbero scalate su ghiaccio, ma vi è fatto divieto), tali sgambate fruttano successi di stampo classico, la cui valenza è da intendersi nell’ottica di scoperta particolarmente cara ai giramondo dell’età Vittoriana. I tratti salienti di questi propositi, sostenuti soprattutto dai britannici e condotti nei decenni successivi, possono riassumersi come segue:

-1845, avvio da nord (Aralik) ed ascesa lato sudest (Mih Tepe o Tas Kilise) ad opera del geologo Wilhelm Hermann Abich;

-1856, ascensione del Piccolo Ararat e ricognizioni tra esso ed il Grande Ararat sulla Caldera Karnhacik, di 5 ufficiali e gentlemen inglesi;

-1868, salita sul Grande Ararat dell’inglese Douglas William Freshfield;     

-1876, parziale prima solitaria dello storico e statista inglese James Bryce, autore del libro “Transcaucasia and Ararat”;

-1910, spedizione italiana capitanata da Mario Piacenza;

-1957, salita della china sud (odierna via normale ammessa) dell’inglese Dennis Hill e del dottore turco Ergör Bozkurt;

-1966, ripetizione italiana da nordovest di Vittorio Feraiorni, Andrea Mellano, Gemma Commod, Giorgio Griva ed Alberto Risso;

-1968, traversata integrale solitaria ed illecita di Piccolo e Grande Ararat in 4 giorni dell’inglese Eric Roberts. Beccato dalle autorità turche, fugge in Iran dove lo attendono altre rogne…;

-1970, prima invernale del Grande Ararat il 22 febbraio dei turchi Ergör Bozkurt ed S. Targan;

-1982, avvento dello scialpinismo sull’Ağri Daği a titolo comune.

 

Cenni orografici

 

L’Ararat è il massimo rilievo della Turchia ed il più robusto tra i vulcani dominanti l’Anatolia. Presenta un paio di coni ben sviluppati, l’Occidentale (Grande Ararat o Ağri Daği, Ağri Dağh, Buyuk Ağri Daği, Cia Gri, Masis, Kuh-i-Nuh, Cebel el Haris, secondo la nazione da cui lo si ammira) di 5.165 m, e l’Orientale (Piccolo Ararat o Kücük Ağri Daği), alto 3.903 m sul confine iraniano. Quote meno attendibili di 5137-5122 e 3925-3915-3896 m per entrambe, figurano su certune pubblicazioni. I due nodi eruttivi, divisi dal  pianoro di Serdabulak, non mostrano tracce di attività recente e distano rispettivamente 13 Km, costituendo un apparato poligenico di asse principale nordovest/nordest lungo 45 Km. I suoi limiti risultano a nord la valle dell’Araks prospiciente Georgia e Caucaso meridionale (Kaçkar), nonchè l’Armenia; in direzione sud ed est l’Iran, ad ovest il tavolato ed i drappeggi montuosi curdi. L’estremità del Grande Ararat conta una vetta e due satelliti, Cima Ovest o “Inonu” e  Punta Est, relitto del primitivo cratere oggi appena intuibile. 9 ghiacciai corazzano il cupolone terminale, crepacciato a nord e arido sugli opposti versanti, dove prevalgono esigui nevai. Ambedue gli edifici sono ricamati da cordoni lavici e svariati canyons (ragguardevole il solco di Cehennem Deresi o Ahora, fetta nordest del Grande Ararat). Porgono inoltre lo scheletro di uno stratovulcano con un volume complessivo di 1.150 Km³ ed un perimetro di 130 Km, conseguenza della brecciatura e giustapposizione di bracci magmatici associati a polveri di caduta. Bocche parassite, sfiatatoi e caldere secondarie puntellano i margini del complesso, che occupa un’area di 1.100 Km².

 

Assetto  geodinamico e vulcanologico

 

Da 13 milioni di anni un processo di convergenza tettonica interessa Turchia, Iran e Armenia a causa dell’impatto tra le piattaforme Araba ed Eurasiatica. Il fenomeno riguarda un distretto di 2.400 Km² comprendente altri 7 vulcani estinti (Nemrut, Süphan, Tendürek inclusi), effetto prolungato di tale urto e protagonisti dal Miocene al Pliocene (6-3 milioni di anni addietro). Il contesto si traduce nell’ispessimento dell’Anatolia Orientale, teatro del vulcanismo di collisione che determinò l’evolversi dell’Ararat in era Quaternaria. Dati d’archivio e leggende svelano solo in parte i retroscena di questo titano, le cui origini sono attribuite ad eruzioni pliniane con eiezione di pomici a decine di Km d’altezza, degassazione violenta e nubi ardenti. Uno stile che ricorda quello di molti “Killer” grigi distribuiti non a caso sul globo e perché no, del nostro quiescente Vesuvio. Cospicui tufi spessi 700 m, prodotto della sedimentazione di ceneri scagliate presumibilmente  tra  i 5 milioni ed i 20.000 anni fa, lo attestano su alcuni barranchi erosi del quadrante nord. Altro stadio, caratterizzato da flussi andesitici talora imponenti, vede la formazione di un baluardo eruttivo poco acclive, regolato dal contrasto di almeno 2 faglie (la Doğubayazit-Gürbulak e quella di Iğdir). La comparsa del Piccolo Ararat coincide a tale fase dinamica, contraddistinta peraltro dalla fuoriuscita di copiose lave dacitiche. Subentra così un ciclo articolato in shock periferici dovuti alla pressione di magma viscoso che migra in fessure laterali della struttura, foggiando duomi riolitici e, più tardi, l’accrescimento di conetti avventizi. Gli stessi radiano estese lingue basaltiche, assecondate da un meccanismo d’ingrottamento sotterraneo (drenaggio di arterie laviche a notevole distanza dai centri effusivi), che pur ampliando il dominio geografico del sistema, ne accompagnano il graduale declino.

 

Eruzioni storiche

 

Tra il 2.500 e il 700 a.C., l’Ararat erompe con eventi meno impressionanti degli albori ma fatali all’intero, semisconosciuto insediamento dei koura-Arax. E’ l’ingegnere minerario russo P.F. Petrov a scoprirlo nel 1914, in occasione di scavi da lui diretti nelle vicinanze di Iğdir, a nordovest della montagna. Egli rinviene tombe, suppellettili, residui umani e animali carbonizzati dall’arrivo di più colate piroclastiche, legate al collasso di colonne di cenere cariche in gas roventi e brandelli magmatici ad alta velocità sulle pendici del vulcano, nell’ambito di un’eruzione risolutiva per quella cultura. Lo storico armeno Movses Khorenatsi narra di una simile catastrofe nel 550 a.C., suffragata dalla fioritura di leggende che in parte rievocano lo sconforto di allora. Tolomeo Claudio cita un disastro nella prima metà del secondo secolo d.C. e notizie giungono circa gli episodi parossistici del 1450 e del 1783. L’ultima eruzione, comunque drammatica e stranamente snobbata dalla letteratura scientifica, si manifesta il 2 luglio 1840. In quell’anno un terremoto falcia le scarpate settentrionali del Grande Ararat con una spaccatura di 72 km che sconvolge gli abitati di Māku (ora in Iran), Ordoubad e Doğubayazit. Una fetta del cono sommitale slitta propagando frane sulle malcapitate frazioni, tempestate poi da esplosioni freatiche per l’interazione acqua di falda-magma, con piogge di lapilli e proietti balistici le cui dimensioni variano dal centimetro ad oltre il metro. Il repentino scioglimento di lembi glaciali mobilizza ingenti quantità di tali bombe vulcaniche frammiste a terriccio, innescando un fiume di fango (lahar) che ad una velocità di 150 m al secondo ed una massa di 300 milioni di m³, cancella quanto rimasto in piedi. Consecutivi acquazzoni acidi, indotti dal ritorno al suolo di sostanze caustiche immesse nella troposfera, serrano un bilancio di quasi 10.000 vittime.

 

Generalità e ragguagli

 

Almeno due fattori hanno inibito, in tempi differenti, la conoscenza dell’Ararat. Tanta superstizione popolare, forte di un substrato rituale attecchito in millenni, ed il confuso playground su cui torreggia la montagna, tiepido focolaio d’orgoglio etnico e repressioni. A quest’ultimo deterrente psicologico sono andati accorpandosi relativi provvedimenti di stop al turismo, talvolta severamente bandito nell’aria di guerriglia incalzante cui è precipitato il Kurdistān Turco. L’ultima di tali chiusure, risolta nel 2002, riapre i battenti a ciò che per schiere di alpinisti era un tabù, incoraggiando la fruizione del Parco Nazionale istituito l’1 novembre 2004 a tutela di quest’angolo dell’Anatolia. L’eventuale ingresso della Turchia in Unione Europea snellirebbe procedure oggi avverse ad un alpinismo sereno e, meglio ribadirlo, prossimo a zone calde.

Contrariamente alle attese, la documentazione sull’Ararat scarseggia e richiede uno studio personale. Pullulano invece i riferimenti di tipo mistico-religioso ben assodati dal collettivo. Il diluvio di siti internet in materia (è il caso di dirlo), può appesantire la ricerca di un appassionato in procinto dell’Ağri Daği, con una mole d’informazioni a mio avviso frammentarie. Si lamentano povertà di testi italiani e cartografia. Le mappe disponibili sono sommarie, con errori altimetrici e toponomastici talvolta imbarazzanti. Tale debito preserva la fama di un 5000 in parte misterioso, degno sprone all’indagine. Una percentuale di scritti scientifici bilancia le suddette carenze, in contenuti ai quali mi sono appellato nella stesura degli appunti geomorfologici di questo articolo.

Macchinosa la concessione di permessi d’entrata alla montagna, specie nella gestione di tour individuali. L’ausilio di una guida può rappresentare un compromesso meno puristico e audace, ma prudente nell’espletamento delle formalità in atto. Non volendo privare il lettore del gusto insito nella pianificazione del suo viaggio, riporto i volumi che potrebbero tornargli utili qualora, come il sottoscritto, scegliesse l’Ararat:

 

Recensioni alpinistiche

 

- M. Kurz, Schweizerische Stiftung Alpine Forschungen di Zurigo, pubbl. ann. “Berge der Welt”, in        Rivista Mensile del CAI vol. LXXI, fascicolo 1-2, Torino 1952.

 

Cartografia e guide

 

- Carta “Iran e Iraq”, scala 1:2.000.000, Studio FMB Bologna, serie”World Cart”;

- P. Lennon, “Mount Ararat region” Landscape Pathfinders, ed. Robin G Collomb, 1988, cartina allegata;

- G., L., Schmidt, “Le cime da 5000 - Alpinismo Mondiale”, Rother selection, Tauro Appiano (BZ), 1994;

- J. Harpur, J. Westwood, “Atlante dei luoghi leggendari”, Paperback De Agostini, 1997;

- G. Corbellini, S. Ardito, E. ed N. Canetta, N. Carnimeo, M. Dalla Palma, R. Kubati, “Montagne del Mediterraneo”, Giorgio Mondatori, 2002;

 

Riviste scientifiche (consultate al CNR di Catania)

 

-R. S. J. Lambert, J. G. Holland, P. F. Owen, “Chemical petrology of a suite of Calc alkaline lavas from Mount Ararat”, Turkey, Journal of Geology, vol. 82: 419-438, 1974;

-J. A. Pearce, J. F. Bender, S. E. De Long, W. S. F. Kidd, P. J. Low, Y. Güner, F. Saroğlu, Y. Ylmaz, S. Moorbath, J.G. Mitchell, “Genesis of collision volcanism in eastern Anatolia”, Turkey, Journal of Volcanology and Geothermal Research, 44: 189-229, 1990;

-Y. Ylmaz, Y. Güner, F. Saroğlu, “Geology of the quaternary volcanic centers of the east Anatolia”, Journal of Volcanology and Geothermal Research, 85: 173-210, 1998;

-A. Karakhanian, R. Jrbashyan, V. Trifonov, H. Philip, S. Arakelian, A. Avagyan, H. Baghdassaryan, V. Davtian, Y. Ghoukassyan, “Volcanic Hazards in the region of the Armenian Nuclear Power Plant”, Journal of Volcanology and Geothermal Research, 126: 31-62, 2003.

 

L’autore ringrazia Barbara “Ciota” Platania, Giorgio Giudici, Bruno Palladino, Fabrizio Olioso, Fabio Dal Barco, Alessio Barcella, Paolo Maffucci, Pietro Ferretti.

 

 

 

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