ACONCAGUA: UN SUCCESSO NON SCONTATO !Quando si prepara una spedizione alpinistica di questo livello niente è scontato tanto meno la vetta! Ma così non è avvenuto per il gruppo di alpinisti condotti dalla guida alpina ossolana Giorgio Giudici all’Aconcagua. Siamo partiti il due febbraio per l’Argentina, con il volo Roma – Buenos Aires per poi proseguire con un volo interno fino a Mendoza, città di circa centomila abitanti posta a settecento metri di altezza, famosa per i suoi eccellenti vini esportati in tutto il mondo. Arrivati a destinazione abbiamo trovato ad accoglierci una bella città e piacevoli persone, perlopiù di origine italiana, una comoda suite d’albergo e l’ottima e famosa carne bovina da gustare. Una Argentina davvero diversa rispetto alle notizie apparse sui giornali negli ultimi anni riguardo il dissesto economico di questo paese. Dopo aver espletato le pratiche burocratiche per il rilascio del permesso per l’entrata nel parco nazionale dell’Aconcagua si è lasciata la città per proseguire sulla ruta nazionale 7 in direzione Santiago del Cile. Dopo circa 170 km attraverso valli desertiche si arriva a Puente de Inca, ultimo avamposto della civiltà, capolinea del servizio postale, base militare e punto di partenza e di arrivo delle spedizioni dirette alla montagna. Qui infatti arrivano con mezzi a motore dalla città sia le persone che le provviste e da qui partono i muli carichi di vettovaglie e gli alpinisti a piedi. Abbandonando la “ruta national” si procede per una strada sterrata e a pochi chilometri di distanza di trova l’ingresso del parco, ad Horcones (2800m.) Il trekking ha inizio dopo l’iscrizione dei nomi sul registro presso l’ufficio dei guardaparco, con rifornimento d’acqua, occhiali da sole e cappelli per ripararsi dal cocente sole e dal vento che soffia costantemente. Un piccolo laghetto dai colori brillanti, abitato da ninfee e da piccole canne ci accoglie dolcemente, sembrando che ripeta le parole degli amici argentini e ci saluta dandoci l’appuntamento al ritorno: “buena suerte”, che la fortuna sia nostra compagna! Ignari della strada da percorrere passeggiamo come semplici turisti godendoci il paesaggio e la bella giornata di sole...arriviamo così a Confluencia (3400m), il primo campo nella lunghissima valle di Horcones. Ci divertiamo a montare le tende e ci rilassiamo davanti ad una tazza di te e a qualche dolcetto. Quattro parole, due risate, un libro ed è già sera! Una splendida luna fa da cornice a montagne che ricordano le nostre dolomiti. Sembra di stare a casa anzi ci si sente a casa! Dopo il riposo notturno, ci avviamo nella valle del ghiacciaio di Horcones inferiore, che scende dalla base della parete sud dell’Aconcagua, con la sua lunghissima e tormenta lingua fino a Confluencia. Arrivati a Plaza Francia (4100m), campo base per le ascensioni su questo versante, possiamo ammirare in tutta la sua imponenza, l’enorme parete sud, una muraglia di rocce, ghiaccio e neve alta quasi tremila metri. Nel pomeriggio rientriamo a Confluencia, dopo questa importante giornata di acclimatazione. Il giorno seguente il viaggio continua lungo una valle interminabile ma bellissima: il sentiero per cosi dire si snoda lungo il corso del fiume Horcones. Le ripide pareti dalle tonalità calde decorate da strane architetture rocciose ci distraggono e i nostri occhi guardano con curiosità questo deserto d’alta quota, meravigliandosi della varietà di colori e della luminosità degli elementi naturali presenti. Ventisei chilometri da percorrere per arrivare al campo base chiamato Plaza de Mulas. E’ inutile memorizzare i tornanti attraversi i quali si snoda la via, è impossibile contare i passi necessari, è deludente soffermarsi nelle soste, ma quando ormai la stanchezza fa da padrona nei nostri pensieri si scorge una manichetta a vento rossa che volteggia nell’aria. Un sospiro di sollievo alleggerisce il cuore e riapre la mente ad nuova realtà: il campo base a 4300 metri. Un agglomerato, posto sulle enormi morene del ghiacciaio di Horcones superiore, costituito da tende da campeggio, tende mensa, sentierini, toilette, insegne, parabole, piccoli campetti da gioco dove ingannare il tempo durante i giorni di riposo e acclimatazione. Sacche ed attrezzatura da montagna, scarponi, piccozze e ramponi, nascondono i sassi e l’impervio terreno morenico sul quale ci troviamo…nasi bruciati dal sole e capelli spettinati su corpi coperti da piumini si intravedono dalle aperture delle tende. Un popolo di alpinisti proveniente da tutto il mondo, carico di zaini enormi con in tasca un sogno chiamato Aconcagua. ACONGAGUA tremila metri di parete, 6962 metri sul livello del mare. Una montagna imponente dai caldi colori attorniata da giochi di nubi, frustata da venti tempestosi: la Signora delle Ande Argentine, il tetto di tutto il continente americano, la sentinella si pietra o sentinella bianca. Fu scalata per la prima volta nel 1897 da Mattias Zurbriggen, guida alpina svizzera che operava a Macugnaga. Anno 2006 toccherà a noi? Il tempo è buono, alta pressione, sole, vento tollerabile, umidità minima…e per il momento sia il nostro umore che le nostre condizioni fisiche sono ottime. Nessuno osa fare delle previsioni ma tutti speriamo per il meglio. Decidiamo silenziosamente di vivere giorno per giorno, seguire il programma di acclimatazione studiato in partenza e di affrontare gli eventuali problemi con equilibrio e serenità. Il desiderio di salire e bruciare le tappe fissate è grande ma per fortuna il ragionamento ci riporta con i piedi per terra. Non possiamo permetterci di correre il rischio di soffrire il mal di montagna per la fretta e veder sfumare il sogno della conquista della vetta. La vita al campo base ci rallegra e le due belle cuoche ci rimpinzano di gustosissimi piatti , oltre a chiederci la traduzione in italiano delle pietanze offerte. La tenda mensa dove accampiamo durante il giorno per ripararci dal cocente sole d’alta quota è il luogo dove si svolge la vita in comune. Semplici sedie di plastica diventano un comodo e lussuoso arredo sul quale appoggiare le nostre stanche schiene. Si conversa del più e del meno: si raccontano vecchie avventure, si sorride con qualche barzelletta si parla di politica, di storia, di film…poi quando gli animi sono rilassati si ha il coraggio di esprimere confidenze e pensieri strampalati. L’attenzione maggiore viene posta però alla preparazione dell’attrezzatura e di quanto necessario per i campi alti. Si fa un’ulteriore selezione dell’abbigliamento, si dividono le cose necessarie da quelle di scorta e si strariempie lo zaino sperando, come sempre, sulla tenuta delle cerniere. Da domani si fa sul serio! L’indomani incominciamo la salita in direzione campo Canada e campo Nido de Condores (5400m) dove lasceremo le provviste per i giorni a venire. La pista è ripida ma ben segnata. Il passo è lento in modo tale da non avere il fiatone. Lo zaino è pesante ma possiamo riposare ogni volta che ne sentiamo il bisogno. Con il cuore che batte un po’più velocemente del solito cerchiamo di trovare un nuovo equilibrio dell’andatura. La giornata è bella cosi possiamo dedicarci a fotografare le splendide montagne attorno a noi. Terra e cielo si integrano in un panorama mozzafiato. Che fortuna essere qui! Il prezzo da pagare è alto: fatica, freddo, caldo, vento, e altro ancora ma ne vale la pena. Speriamo, speriamo, ancora per i prossimi giorni. Tre giorni dopo siamo finalmente a campo Berlin (5900m). Ultimo campo, poche ore di sonno e poi all’alba si parte per la salita finale! Nello zaino ramponi, piccozza, il termos con il te e qualche tavoletta di cioccolato. Suona la sveglia sono le cinque del 14 febbraio 2006. Ci si prepara con gli occhi ancora assonnati e si beve una bevanda calda .Sembriamo dei palloni gonfiati con tutti quei vestiti di piumino addosso. Ore 6.00 partenza, tutti in fila indiana dietro alla guida, passo lento e cadenzato nessuno parla, tutti sono concentrati ad appoggiare bene i piedi in quella semi oscurità che precede l’alba. L’arrivo della prima luce lascia tutti meravigliati; il sole sorge dietro le montagne e il loro profilo ne delinea i contorni, la luce del giorno dona vita alla natura ancora coperta dal velo della notte regalandoci nuova forza per proseguire nel cammino. Ci guardiamo e scopriamo che i nostri occhi brillano pur consapevoli di quanto ci aspetti ancora. La via si snoda lungo un sentiero a zig-zag, ogni tanto vi è qualche chiazza di neve ma si cammina bene. Dopo una ripida salita arriviamo a campo Indipendecia a seimiladuecento metri dove facciamo una sosta meritata, bevendo un sorso di te caldo al tepore del primo sole. Ripartiamo con i ramponi ai piedi e la piccozza in mano poiché ci aspetta il “gran traverso ” ovvero un lunghissimo tratto ghiacciato che risalendo per circa quattrocento metri conduce alla base della “ canaleta”. La stanchezza si fa sentire, il freddo è intenso 20/25 gradi sotto lo zero ma per fortuna e stranamente non c’è vento. Si cammina e niente altro ed è meglio non pensare a quanta strada manca per la cima…si cammina: passo dopo passo si rallenta si prende fiato e si continua…non ci sono altri pensieri che quello di camminare…non ci sono altri sogni che quello della vetta! Il tempo trascorre lento carico di tutta la pesantezza della nostra fatica. Altra breve sosta alla “cueva” e riparte per affrontare la “canaleta”, tratto di roccia ghiaccio e neve molto ripido che porta alla parte terminale della salita. L’aria è sempre più rarefatta e lo zaino pesa sempre di più ma a questo punto non possiamo arrenderci ….continuiamo a camminare uno dietro l’altro…si ricalcano i passi di chi ci precede e si sta in silenzio. La montagna ci avvolge nel suo manto e ci invita a proseguire, il cielo è lì appena sopra le nostre teste. Ultimi passi, qualche roccetta, pochi gradini e finalmente una croce…siamo nel cielo! Sono le 12.30 del 14/02/2006 e abbiamo raggiunto la vetta! Un panorama ineguagliabile si apre a noi: catene di montagne e in fondo verso l’orizzonte l’oceano pacifico. Sotto di noi da una parte il Cile e dall’altra l’Argentina. Dentro di noi nasce un sentimento di gratitudine per questa montagna che ci ha permesso di realizzare il nostro sogno…non siamo orgogliosi ma semplicemente appagati per la tenacia avuta nei momenti di sconforto…non ci sentiamo migliori ma semplicemente uomini che percorrendo vie di montagna ricercano la propria strada interiore.
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Testo di Orietta Isabella |
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